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Il buon samaritano

Sintesi primo venerdì del mese di ottobre 2016
Dalla relazione di Fratel Luciano Manicardi – Monaco di Bose

"Mai un uomo ha parlato così" (Gv 7,46), così dicono di Gesù le guardie che, inviate per arrestarlo, restano colpite dalle parole di Gesù e tornano senza arrestarlo.
Come parla Gesù? Spesso Gesù parla in parabole.
Gesù parla di Dio non con linguaggio astratto e difficile, filosofico o teologico, ma con delle brevi narrazioni, con dei racconti che usano un linguaggio semplice ma che dà a pensare, un linguaggio tratto dalla vita quotidiana e comprensibile a tutti.
Egli racconta Dio narrando storie umane, storie di contadini e di pescatori e di pastori, di massaie che impastano la farina, narrando storie di amici che vanno a svegliare un amico nel cuore della notte per chiedere un pane, di giudici malvagi e vedove insistenti e noiose, di uomini che partono per un viaggio in un paese lontano. All'interno di questo mondo ordinario, che è anche il mondo degli ascoltatori di Gesù, la parabola apre una finestra che consente di guardare il mondo in modo radicalmente rinnovato. Perché le parabole anche se parlano di contadini o pastori non vogliono insegnare un mestiere ma dicono come agisce Dio, narrano chi è Dio.
La parabola del samaritano dice che Dio è colpito dalla sofferenza dell'uomo e si fa vicino a lui, si fa prossimo a lui. E così insegna a noi che la sofferenza dell'altro è appello rivolto a noi alla compassione. La parabola Gesù la racconta rispondendo a un dottore della Legge, cioè a uno specialista della Bibbia, che sapeva bene intellettualmente tutto, ma che di fronte a Gesù che gli dice di mettere in pratica la Bibbia che dice di amare il prossimo come se stesso, gli pone la domanda: "Chi è il mio prossimo?". Si possono conoscere le Scritture ma questa conoscenza può restare sterile se non diviene pratica, se la mano e l'azione e il corpo non si compromettono con la concreta sofferenza di un'altra persona. Non basta sapere che la Bibbia dice di amare il prossimo: bisogna farlo! La Bibbia la si capisce vivendola, mettendola in pratica, non intellettualmente.
Ma ecco il racconto di Gesù. Un uomo viene lasciato mezzo morto lungo la strada dai briganti. Passano un sacerdote e un levita e vedono l'uomo ferito, quasi morto, ma passano dall'altra parte della strada: perché? Forse per non contrarre impurità con un quasi cadavere, il che avrebbe loro impedito di svolgere le funzioni cultuali e liturgiche al tempio.
Ma io credo che vi sia qui qualcosa di più radicale e che anche noi sperimentiamo: l'uomo sofferente, ferito o morente, può farci paura. E per entrare nella compassione che sfocia nella solidarietà, non basta vedere l'uomo ferito, ma occorre anche vedere e superare la proprie resistenze alla compassione, riconoscere che compassione e solidarietà suscitano in noi anche rifiuto e ripugnanza.
Per leggere onestamente questa parabola dovremmo non tanto identificarci nel protagonista buono, il Samaritano, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita, e che i tre personaggi sono tre momenti dell'unico movimento faticoso verso un atteggiamento di vera compassione. Anche noi, per arrivare alla vera fraternità siamo chiamati a riconoscere le opposizioni che in noi ci sono alla solidarietà e alla compassione. Non basta vedere il sofferente: occorre fargli spazio in noi, far sì che la sua sofferenza avvenga un po' in noi.
La compassione è la radice della solidarietà perché essa dice: "Tu non sei solo perché la tua sofferenza è, in parte, la mia". Possiamo dire che la compassione è il "sottrarre il dolore alla sua solitudine". Davvero dunque i tre personaggi della parabola disegnano un unico percorso e un'unica storia, quella della compassione che fatica a farsi strada in noi, nel nostro cuore. La compassione è la nostra più grande dignità. La compassione, cioè, "soffrire con" l'altro, ha un profondo senso etico. Il Samaritano, passando accanto all'uomo ferito, "lo vide e ne ebbe compassione (esplanchnísthe)", potremmo tradurre, "gli si spaccò il cuore", cioè le viscere ferite del mezzo morto colpirono lui, le sue viscere, così che facendosi prossimo all'uomo ferito per curarlo si fece prossimo anche a sé, curò anche il proprio dolore. Da questo sconvolgimento interiore, da questo soffrire la sofferenza dell'altro, il Samaritano è condotto ad un comportamento in base al quale fa tutto ciò che è in suo potere per alleviare la situazione del bisognoso. Così la compassione non resta solamente un sentimento che si impone al cuore dell'uomo, ma diviene scelta, responsabilità, solidarietà. Essa è risposta al muto grido di aiuto che si leva dal viso dell'uomo sofferente, dagli occhi atterriti e più che mai nudi e inermi della persona soverchiata dal dolore, vicina alla morte. La compassione è il no radicale all'indifferenza di fronte al male del prossimo: in essa io partecipo e comunico, per quanto mi è possibile, alla sofferenza dell'altro uomo. La compassione è una forma fondamentale dell'incontro con l'altro, un linguaggio umanissimo, perché linguaggio di tutto il corpo, che coinvolge i sensi, la gestualità, la parola, la presenza personale. E di fronte al malato per cui non c’è più nulla da fare dal punto di vista medico, che altro resta se non con-soffrire restandogli accanto, parlandogli, esprimendogli, nei modi che lui può ancora capire, che noi lo amiamo?
Scrive Agostino: "Io non so come accada che, quando un membro soffre, il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l'alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri".
E allora chi è il prossimo? Cristo non parla di conoscere il prossimo ma di diventare noi stessi il prossimo. Il prossimo è la vocazione a cui io sono chiamato, è responsabilità personale, è azione ("si fece vicino" dice la parabola), e azione su di sé. Il prossimo non è semplicemente colui che mi è vicino fisicamente, ma è disponibilità a farsi vicino, a spostarsi da dove si è per andare là dov'è l'altro. A noi di fare questo per trovare la vita.

Sintesi a cura di Fr. Luciano Manicardi

 

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(Don Adriano)