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Il ricco e il povero

Sintesi dell'incontro del primo venerdì 3 marzo 2017
Tema: “IL RICCO E IL POVERO” (Lc 16,19-31)
Dalla relazione di Don Sabino Frigato – Vicario Episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Torino

Il tema di questa sera è “il ricco e il povero", un testo che ci viene offerto dal Vangelo di San Luca; è una parabola che certamente tutti abbiamo sentito tante volte annunciare e commentare durante le messe domenicali.
La prima scena è raccontata in poche battute con tre attori.
Il primo attore è l’uomo ricco di cui il Vangelo non dice il nome. Tradizionalmente è chiamato il ricco Epulone. Si noti che epulone non è un nome proprio. Esso significa mangione, avido di cibo. Inoltre si vestiva come un ricco sfondato, con abiti di porpora e di lino.
Il secondo attore è il povero, l’esatto opposto del primo; anzitutto, il Vangelo dice che questo povero, a differenza di quello ricco, ha un nome: Lazzaro che significa‘colui che è assistito da Dio’.
Questo Lazzaro oggi lo chiameremmo uno senza tetto, senza fissa dimora, senza riferimenti, che vive dell’aiuto degli altri. Egli stava alla porta del ricco che non dice ai suoi servitori di fargli l’elemosina e neppure di cacciarlo. Sembra proprio che non si accorga della presenza di questo uomo.
È il cane il terzo attore che si accorge di Lazzaro; il cane o i cani randagi, gli vanno attorno, gli leccano le ferite, le piaghe, per alleviare un po’ il suo dolore.
Questa presenza dei cani può avere un significato: l’aiuto al povero viene sempre dai poveri, a volte dai più poveri; il povero è quello che sperimenta la povertà sulla sua pelle e quindi sa che cosa vuol dire vivere certe situazioni di difficoltà e di sofferenza.
Sul campanile di una chiesa c’è scritto: “questo campanile è stato costruito con i soldi dei poveri e con i consigli dei ricchi”. E’ una battuta ironica ma molto realistica.
Il ricco e Lazzaro hanno due atteggiamenti e modi diversi di vivere: l’indifferenza del ricco senza nome, e la sofferenza del povero Lazzaro.
La contrapposizione tra l’indifferenza e la sofferenza è quello che viviamo anche noi oggi. Quanta povertà e sofferenza di ogni tipo passano sotto i nostri occhi! E molto spesso non si vuol vedere, non ci si accorge, non ci interessa per cui si va per la propria strada: si cammina tra invisibili che vengono ignorati. Questa indifferenza per la sofferenza non riguarda soltanto quello che succede quotidianamente tra di noi, anzi, questa è anche quella dei paesi ricchi verso i paesi poveri, dei grandi gruppi finanziari ed economici, l’indifferenza causata dal potere del denaro che produce quelli che il Papa chiama scarti: i tanti Lazzari del nostro tempo.
Nel mondo esiste la globalizzazione dell’indifferenza verso le infinite povertà del nostro mondo.
Questa parabola è lo specchio in cui si riflette l’indifferenza di oggi a tanti livelli: personale, sociale e mondiale; è una denuncia contro tutti gli epuloni di questo nostro tempo e di tutti i tempi.
Nella seconda parte c’è un capovolgimento dei ruoli tra il ricco e il povero: il ricco, dopo la morte, sprofonda nella sofferenza e nella solitudine, mentre il povero viene innalzato alla gioia del paradiso. Questo ci fa riconoscere ciò che è veramente bene in questa vita. Il modo in cui la parabola ci parla dell’aldilà mette in risalto le verità che hanno vissuto il ricco e il povero: il ricco ora è nell’inferno, perché in vita era un uomo spiritualmente morto, vuoto di Dio, di umanità e di relazioni, e cercava di riempire quel suo vuoto con la sua vita sregolata e viziosa. Tanta gente oggi vive in questa situazione, e sprofondanon nel mangiare, ma nella droga, nell’avidità del denaro, del sesso, della carriera per alleggerire il peso, la noia e il vuoto della propria vita.
Papa Francesco definisce questo uomo ricco, questo epulone “uomo mondano”, che non vuol dire cattivo, ma che ha un cuore malato, arido, chiuso, attaccato alle cose di questo mondo. È un uomo solo con il suo egoismo.
Inoltre, l’uomo mondano, come ci ricorda Papa Francesco, è un uomo vuoto di umanità e di attenzione al prossimo, ecco perché è indifferente.
La malattia della mondanità ci fa vedere un mondo artificiale, lontano dalla realtà, dagli altri, perché non permette di sentirli, di capirli e di volerli vicini; per cui quell’uomo ricco non è l’emblema dell’uomo ricco come tale, ma dell’indifferenza che inquina un po’ tutti, compresi noi, anche se non siamo ricchi; anche noi cristiani; è come l’aria inquinata che respiriamo ogni giorno.
Questa parabola, come tutto il Vangelo, è una continua provocazione a uscire da noi stessi, ad aprirci in modo concreto e fraterno agli altri, a riconoscere quella umanità che Dio ha messo in ogni uomo.
Gesù, nel Vangelo di Matteo parlandoci del giudizio universale, ci ricorda che si entra in paradiso, cioè nella vita di Dio, se abbiamo dato da bere all’assetato, se abbiamo dato da mangiare all’affamato, se abbiamo visitato l’ammalato, il prigioniero, cioè se ci siamo accorti del nostro prossimo, se ci siamo accorti dei Lazzaro che ci sono attorno a noi.
Gesù non fa sconti a nessuno; non basta pregare, non basta andare a messa, non basta dire il rosario, neanche fare offerte, anche se sostanziose come certuni sanno fare; non basta tutto questo se noi ignoriamo o, peggio ancora, rifiutiamo quel Gesù che si fa vicino a noi con la faccia e le necessità di tanta gente, di tanti poveri, di tanti Lazzaro.
Allora la parabola ci invita con molta chiarezza a convertirci per diventare uomini aperti, figli di Dio e per cambiare vita.
Per ritrovare umanità non servono le rivelazioni, i messaggi celesti, i miracoli, non serve che un morto resusciti per venire tra di noi, come chiede quell’uomo ricco dall’inferno a padre Abramo. Basta aprirci con fede e speranza al Signore e alla sua Parola; questo ci fa essere uomini e donne veramente come il Signore ci vuole; questo ci fa sentire che siamo legati gli uni agli altri come figli dello stesso Padre.
Allora iniziamo il cammino per una autentica conversione della nostra vita, per uscire dall’inquinamento della mondanità, del vuoto del cuore, dell’indifferenza e per respirare l’aria sempre fresca e rigenerante del Signore e del suo Vangelo.

A cura di M. M.


 

 

 

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