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Gesù e il lebbroso

Sintesi dell'incontro del primo venerdì del mese - 14 dicembre 2018
Tema:  “Gesù e il lebbroso”
dalla relazione di Fr. Luciano Manicardi, Priore del Monastero di Bose

Nell’incontro di Gesù con il lebbroso narrato in Mc 1,40-45 emerge anzitutto il fatto che sia il lebbroso stesso che osa farsi vicino a Gesù. Questo colpisce perché dice la fiducia e il coraggio che l’umanità “calda” di Gesù esercita su di lui. E colpisce perché i rapporti di prossimità e i contatti ravvicinati con i lebbrosi erano interdetti. Il lebbroso, dice il Levitico, “porterà le vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo!… Se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46). Il lebbroso incute paura: può contagiare gli altri e perciò è abbandonato dai famigliari, evitato dagli altri, emarginato dalla società: la società lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai centri abitati. Normalmente viveva in grotte o capanne e il suo sostentamento era affidato alla carità di parenti o persone misericordiose che portavano cibo in questi luoghi, restando però sempre fisicamente a distanza dai contagiati. Le relazioni con il lebbroso sono interdette ed egli è colpito in tutte le sfere relazionali. La sfera fisica: il suo corpo piagato gli diviene estraneo ed egli può arrivare a non riconoscersi più; la sfera famigliare, affettiva e sessuale: estromesso dalla famiglia, ogni contatto con lui è tabù; la sfera sociale: allontanato dalla società, dal lavoro, dalla partecipazione alla vita del villaggio e alle attività comuni; la sfera psicologica e morale: è giudicato peccatore e colpevolizzato; la sfera religiosa: è escluso dalla partecipazione alla vita cultuale del popolo, cui potrà essere riammesso una volta che i sacerdoti ne abbiano constatato la guarigione. Insomma, poiché per la Bibbia la vita è relazione, il lebbroso, le cui relazioni sono compromesse o proibite, è un morto vivente. Egli, dice il libro dei Numeri, è “come uno a cui suo padre ha sputato in faccia” (Nm 12,14). Per la Bibbia la lebbra è il caso di massima squalificazione sociale e personale, è l’insorgenza del caos nella vita di un uomo. Pertanto, colpisce l’atteggiamento di quest’uomo. Se la malattia a volte indurisce, incattivisce, isola, porta a una sfiducia radicale verso gli altri e la vita, se poi è anche accompagnata da uno stigma, da una sorta di marchio d’infamia colpevolizzante, come nel caso del lebbroso, ecco che inaspettatamente, quest’uomo mostra volontà di vivere, fiducia in Gesù e coraggio nel farsi vicino a lui: la guarigione trova nel malato stesso il suo più potente alleato. Egli supera con slancio vitale le barriere poste dalla società fra lui e gli altri e si avvicina a Gesù, quindi gli dice: “Se vuoi, tu puoi guarirmi”. Egli trova finalmente un “tu”, qualcuno con cui relazionarsi, che non lo lascia nell’isolamento, che gli rivolge uno sguardo non omologato, diverso, di comprensione e condivisione della sua sofferenza e non di paura o di commiserazione, e così lo autorizza a guardarsi lui stesso in modo diverso, più umano. Non si autocommisera, non si piange addosso, ma si rimette al buon-volere di Gesù, quasi dicendogli: “Se è tua gioia il guarirmi, tu puoi farlo”. Non pronuncia neppure una preghiera che chieda qualcosa, ma compie una confessione di fede: “tu puoi”. Potremmo parafrasare: se ti sta a cuore di me, il cammino di guarigione può iniziare. La guarigione emerge qui nella sua dimensione di evento relazionale. Sua premessa è il sapere che la reintegrazione del malato nella pienezza di vita è voluta da un altro, dà gioia a un altro; cioè che la sua persona e la sua vita è preziosa per un altro. Gesù allora prova compassione: si lascia ferire dalla sofferenza del lebbroso e agisce di conseguenza entrando nella sua situazione. Lo tocca e così non solo rischia il contagio, ma si contamina e contrae impurità rituale, quella che esclude dalla partecipazione a gesti cultuali: questa esclusione è il prezzo per andare incontro a un escluso strappandolo alla sua solitudine mortale. La carità non è innocente, ma contamina, compromette. Colui che nessuno poteva e voleva più toccare si sente toccato e questo contatto è linguaggio comunicativo, linguaggio affettivo che trasmette il senso di una presenza amica, linguaggio ben colto da quella pelle che non è solo l’organo di senso più esteso del corpo umano, ma anche luogo dell’esperienza e dello scambio che noi facciamo del mondo e che il mondo fa di noi. Che uno lo abbia toccato, significa che lui stesso può riprendere contatto con se stesso, che la sua situazione di isolamento non è senza speranza. L’incontro con l’altro, con questa compromissione tattile così significativa, può aiutare il lebbroso ad accogliere se stesso e a guardarsi con occhi nuovi. La guarigione sta avanzando a grandi passi e questo grazie al ritrovamento di una relazione autentica! Gesù riprende le parole del lebbroso stesso quando gli dice: “Lo voglio. Sii guarito”. Gesù sposa le parole dell’uomo che gli aveva detto: “Se vuoi, puoi guarirmi”. Gesù si lascia incontrare dal lebbroso e fa avvenire in sé qualcosa della diversità che abitava il lebbroso. In effetti, l’episodio si conclude mostrando il caro prezzo della guarigione. Gesù si trova lui, ora, nella situazione del lebbroso: “Non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti” (Mc 1,45). Gesù si trova lui ora nell’isolamento in cui prima si trovava il lebbroso. Gesù prende su di sé la sofferenza dell’altro e così appare veramente come il Servo sofferente che ha assunto e portato le nostre malattie e infermità. Non a caso il testo di Is 53,4, nel testo latino della Vulgata, parla del Servo sofferente come di un lebbroso: Nos putavimuseum quasi leprosum (“Noi lo considerammo alla stregua di un lebbroso”). Al cuore della sofferenza e della malattia sorge la luce dell’evento della redenzione. Ma infine, va anche rilevato che Gesù ammonisce il lebbroso di non dir niente a nessuno: l’identità profonda di Gesù, la sua identità messianica, deve essere svelata pubblicamente solo alla luce dell’evento infamante della croce. Colui che guarisce il lebbroso divenendo un escluso, è colui che salva apparendo nei panni di un malfattore appeso alla croce.

Fr. Luciano Manicardi

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(Don Adriano)